La barzelletta del vecchietto siciliano al teatro dell’opera che fa ridere tutto il web

Ridere è una delle attività più antiche e universali dell’essere umano — e, sorprendentemente, non solo dell’essere umano. Studi neuroscientifici hanno dimostrato che anche ratti, scimpanzé e gorilla producono qualcosa di simile alla risata, specialmente durante il gioco. Ma cosa scatta nel nostro cervello quando qualcosa ci fa ridere? In sostanza, il senso dell’umorismo nasce da un meccanismo cognitivo chiamato “violazione benigna”: ridiamo quando qualcosa sovverte le nostre aspettative, ma in modo non minaccioso. È per questo che le barzellette funzionano: costruiscono una tensione narrativa e poi la sgonfiano con un colpo di scena. Nella storia, l’approccio alla risata è cambiato molto: gli Antichi Romani, per esempio, ridevano soprattutto di deformità fisiche, stranieri e classi sociali inferiori — un umorismo decisamente più crudele rispetto ai nostri standard, ma perfettamente allineato con la loro visione gerarchica del mondo. Col tempo, la comicità si è fatta più sofisticata, spostandosi verso l’ironia, l’assurdo e — come nella barzelletta qui sotto — la vendetta popolare contro l’incompetenza.

La barzelletta: il tenore e il loggione

Ho assistito a un recital d’opera a Palermo. Sul palco, un cantante lirico oggettivamente penoso: stonato, impacciato, imbarazzante. Eppure, alla fine del primo pezzo, il pubblico si è alzato in piedi urlando:

«Bis! Bis!»

E lui ha cantato di nuovo. Peggio di prima. Molto peggio. Ma anche stavolta, alla fine, applausi scroscianti, pubblico in piedi, grida entusiaste:

«Bravo! Cantala ancora!»

A quel punto il cantante, visibilmente commosso, si schermisce:

«Siete un pubblico meraviglioso. Mi piacerebbe tantissimo cantare ancora per voi, ma non posso esibirmi nella stessa aria per la terza volta.»

Dal loggione, un vecchietto si alza lentamente, si sporge sulla ringhiera e urla con tutta la voce che ha:

«Eh no! Adesso tu la canti finché non la impari!»

Perché fa ridere (per chi si fosse perso il colpo di scena)

La struttura della barzelletta è un classico esempio di aspettativa ribaltata. Per tutta la storia, il lettore assume che il pubblico stia apprezzando l’esibizione — e che i «bis» siano un tributo entusiasta. Il colpo di scena finale rivela invece che gli applausi erano tutt’altro che un complimento: erano una punizione mascherata da entusiasmo. Il vecchietto del loggione rompe il silenzio collettivo e dice ad alta voce quello che tutti pensavano, trasformando la scena in un atto di giustizia popolare. L’ironia siciliana, qui, è chirurgica.

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