Ridere è una delle attività più antiche e universali dell’essere umano, eppure la scienza fatica ancora a spiegarne i meccanismi profondi. Secondo gli studi del neurologo Robert Provine, la risata è prima di tutto un comportamento sociale: ridiamo il 30% in più in compagnia rispetto a quando siamo soli. Ma cosa scatta nel cervello? In sostanza, l’umorismo nasce da un’incongruenza risolta in modo inaspettato: il cervello percepisce uno schema, si aspetta una direzione, e quando la realtà lo sorprende… esplode in una risata. Non siamo i soli: anche i ratti e gli scimpanzé producono vocalizzazioni simili alla risata durante il gioco. La differenza? Noi ci facciamo anche le barzellette sui colleghi. Nella storia, l’ironia ha sempre avuto un bersaglio preciso: gli Antichi Romani, per esempio, non risparmiavano nessuno nei loro “graffiti” (letteralmente), e le barzellette più popolari riguardavano avari, medici incompetenti e mariti traditi — temi, diciamolo, ancora sorprendentemente attuali.
La barzelletta
Due giovani ingegneri fanno domanda per essere assunti presso un’azienda. Avendo le medesime qualifiche, i dirigenti decidono di sottoporli a un test: un questionario di 10 domande identiche per entrambi i candidati.
Completato il test, i due si confrontano:
«Io ho risposto a tutte le domande tranne alla numero 5, perché non la sapevo.»
«Anch’io ho risposto a tutte tranne alla numero 5, come te!»
Dopo un po’, il responsabile si avvicina a uno dei due e, ringraziandolo, gli comunica che il posto è suo.
L’altro candidato ci rimane malissimo e protesta:
«Perché proprio lui e non io? Abbiamo entrambi risposto a nove domande su dieci!»
«È vero. Però abbiamo basato la nostra decisione non sulle risposte corrette, bensì sulla domanda cui non è stato risposto.»
«E com’è possibile che una risposta non data sia valutata meglio dell’altra?»
«Semplice: il suo collega, alla domanda numero 5, ha scritto: «non lo so». Lei ha scritto: «neanch’io».»
Perché fa ridere (e un po’ fa riflettere)
Il meccanismo comico qui è raffinato: per tutta la barzelletta il lettore suppone che i due candidati siano sullo stesso piano, e il colpo di scena finale ribalta tutto con una sola frase. «Neanch’io» non è solo una risposta sbagliata — è una risposta che rivela di aver copiato dal vicino, trasformando candidato in complice involontario di se stesso. La risata nasce proprio da quell’incongruenza fulminante: due parole che dicono tutto senza dire niente di utile. Un promemoria sottile, e decisamente poco gentile, su quanto conti l’onestà intellettuale rispetto alla semplice performance.
